oziorama…

7 Gennaio ,2008

Poster in 3-D.. aria nuova per la pubblicità

Ricordo ancora quando anni fa, in gita all’acquario di Genova, vissi il mio primo, grande momento di empatia con l’animazione 3-d. Alla fine di una lunga presentazione animata, un paio di squali si girarono minacciosi verso di me, e prima che potessi sfilarmi gli appositi occhiali, mi furono addosso in un sol balzo, superando in realismo anche le paperette che tenevo nella vasca da bambino.

 

 

 

 

Leggo oggi su wired che una società canadese, tale RabbitHoles, in occasione del lancio del film How She Move, ha sfornato questi poster in 3-d, che producono una animazione della durata di 8 secondi, al passaggio degli spettatori. La fruizione quindi non sembra poter essere di tipo statico, ma è prodotta dal movimento dell’osservatore. 

In soldoni, la cosa è realizzata attraverso i seguenti step: 

  1. rendering dell’oggetto 2-d, poi convertito in ologramma
  2. una camera virtuale cattura degli snapshot a differenti angolazioni
  3. un algoritmo elaborato dalla RabbitHoles calcola quanta luce debba esserci in ogni angolatura della sequenza

L’ologramma viene poi inviato ad una stampante che divide ogni frame in pixel, a loro volta esposti con fasci di luce modulata, che può essere verde, blu o rossa. Per utilizzi simili a quello descritto qui, si monta il tutto sul plexiglas – ma a quanto pare, in teoria si può montare su tutto.

Difficile ipotizzare il futuro di una tale trovata, per quanto sarebbero interessanti alcune applicazioni, ad esempio in sinergia con le cosiddette vetrine intelligenti, oppure in posti dall’intenso traffico pedonale, tipo aereoporti e stazioni ferroviarie, magari frazionando il messaggio in più animazioni a distanza.

Ovviamente in pole position dovrebbero essere i grandi brand, sempre in cerca di nuovi spunti in tema di “experience marketing“. 

 

Rothko + Kubrick

Archiviato in: Varie — murcof @ 1:28 am
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Da poco riaperto al pubblico, il Palazzo delle Esposizioni ha deciso di esordire col botto, riportano in Italia Mark Rothko, assente da circa 45 anni. Allo stesso tempo, dedica una retrospettiva molto approfondita ad uno dei cineasti più acclamati della storia.

 

 

Uno dei motivi per cui mi sono affannato a tornare a Roma, al di là di studio e cose varie, è stato proprio il fatto che oggi era l’ultimo giorno per visitare la mostra. Con 3 mesi di tempo, mi sarei davvero vergognato di mancare a questo pellegrinaggio abbastanza dovuto.

 

rothko3

 

Al piano terra ci sono le tele di Rothko, che senza stare a dilungarmi, si dividono in tre periodi: il primo di appartenenza al realismo americano, ma virato un salsa fortemente espressionista, secondo un codice formale tutto volto a comprimere i personaggi negli angusti spazi personali – sono i primi anni ‘30, di quegli anni erano film come “La folla” di King Vidor e “Metropolis” di Fritz Lang.

Dopo questa prima fase, Rothko inizia un percorso di avvicinamento alle sue figure tipiche: ora ci sono grandi masse di colore che si dividono lo spazio del dipinto, agglomerati multiformi (la serie è denominata appunto “Multiforms”) e lo spettatore è invitato a fluttuare dentro e fuori quel grande marasma che è la tela.

La sto facendo molto breve, ma serve a spiegare perchè ad un certo punto del percorso, ci si trova davanti a queste tele giganti, al limite della mono-cromaticità, con piani orizzontali divisi da sottili linee, che attirano tutta la luce del quadro. Sono opere da guardare con attenzione, per alcuni minuti, prima che all’interno della grande distesa di rosso, nero o blu, l’occhio inizi a percepire le diverse gradazione di luce, o i diversi trattamenti dell’artista sulla tela.

Per certi versi siamo al limite dell’auto suggestione, ma devo dire che il percorso è strutturato molto bene, e alla fine ci si fa un’idea abbastanza chiara dell’iter artistico di Rothko, e del perchè di scelte così radicali negli ultimi momenti della carriera.

 

kubrick mostra

 

Al secondo piano c’è Kubrick, soprattutto ci sono tutte le facce di questa macchina straordinaria che è il cinema. Si va dai cimeli sopravvissuti al set (assolutamente sbalorditivi i costumi di “2001: Odissea nello spazio”), ai libri di Kubrick con le sue personali annotazioni (Lolita, o i manuali storici consultati per Barry Lyndon). Non mancano attrezzature mitiche, come le focali della Nasa utilizzate per Barry Lyndon (indispensabili per girare solo con luce naturale).

Ogni film ha un’area dedicata, con schermi che proiettano sequenza delle opere, e documentari con interviste su e con il regista. Interessanti anche gli articoli della stampa, che su opere come “Arancia Meccanica” e “Lolita” non mancarono di fare eco al dibattito che seguiva la proiezione dei film – nel caso di Lolita, le polemiche iniziarono fin dall’annuncio dell’acquisto dei diritti del libro.

La possibilità di osservare così da vicino, soprattutto quando si tratta di un regista abbastanza algido e perfezionista, all’inizio sembra molto invitante, ma verso la fine guardavo le foto, i monitor e mi sono dovuto rassegnare. 

Dalle pareti non faceva che riecheggiare lo stesso, identico interrogativo, che ha sempre tormentato i fan di Kubrick: da dove veniva una tale precisione e sicurezza di sè? Com’è possibile che già dal secondo film, questo giovane del Bronx mostrasse  una tale determinazione e controllo di tutte le fasi della lavorazione?

Stanely Kubrick appartiene a quella cerchia ristretta di artisti misteriosi che hanno avuto in dono la padronanza totale della propria arte. Per quanti cimeli, lettere o foto di scena potremo mai sfogliare, resterà sempre un limite alla nostra capacità di sondarne l’inspiegabile genio. Hai girato in lungo ed in largo la mostra, e alla fine quello che ti ritrovi è sempre il cartello finale di Quarto Potere.. “no trespass”.  Pace a lui.

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