oziorama…

15 Maggio ,2008

“Io mi rompo i coglioni”

Archiviato in: Musica, Varie, Video — murcof @ 10:08 am
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Avrà pur capito qualcosa Bugo, che nella sua semplicità ci ha fornito una citazione fondamentale..
 
Ecco un pò di motivi per cui non vedo l’ora che arrivi il fine settimana (e relativo sbarco a Pg):
 

- “In Rainbows” è una truffa.. ho aspettato mesi prima di ascoltarlo, e alla fine sto quasi per disdire l’ordine online del cd – che avevo fatto prima di ascoltarlo in mp3. Ormai siamo nel giro dei Rem, Sigur Ros, Mark Lanegan, Tom Waits, Dirty Three e chi più ne ha… paraculi seduti sui propri soldi, e che non suonerebbero una sola nota che il loro pubblico non si aspettasse.
 

- poste italiane si ostina a perdere i cd che mi vengono spediti da play.com. Uno in particolare (v. sopra) mi è stato spedito ben due volte, e ancora non si vede arrivare. E chi bazzica su ebay sa cosa sono ancora le poste, al di là del maquillage che ci rifilano ormai da anni. Tempo fa qualcuno identificava nella loro inefficienza uno dei motivi per cui Amazon si è tenuta lontana dal nostro paese. Ufficialmente questa cosa non è mai trapelata dalla società americana, eppure continuo da anni a leggere di venditori che escludono l’Italia dalle loro trattative per l’incertezza delle nostre consegne.
 

- i fantastici progetti universitari stanno diventando una colonna di marmo sulle gonadi. Dovrei ritrovare lo spirito di una volta, ma siccome oggi come oggi anche in India si va a fare outsourcing e non certo a ritrovare sè stessi, misà che semplicemente starò qui a bollire finchè la pressione non farà saltare il coperchio.
 

- I soldi mancano sempre. Dovrei lavorare. Ma il lavoro è tempo. Sottratto alle cose che mi piacciono. Che valgono più dei soldi che mi pagherebbero. Senza i quali non posso fare le cose che mi piacciono. AAA: cercasi zio americano (o cinese, capirai).
 

- Io posso essere indeciso. Il tempo no. Fai sole o pioggia, ma non ci rompere il cazzo.
 

- Questo blog sta lottando per entrare nella mia collezione delle cose lasciate a metà. Toglierlo dalla barra dei segnalibri potrebbe almeno aiutarmi a non pensarci…
 

Cosa ascolto per distrarmi da tutto questo? A volte funzionano i Belle & Sebastian…


 
 

oppure John Vanderslice, con quello che è obiettivamente il suo capolavoro.

13 Aprile ,2008

Concerto Gravenhurst @ Circolo degli Artisti

Archiviato in: Link, Musica, Video — murcof @ 3:55 pm
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Ieri sera grandissima esibizione di questo solido gruppo inglese.. incollo qui ciò che ho scritto stamattina su kalporz.

Ieri ho lavorato come un somaro ad un progetto, e quando mi sono ricordato del concerto un’orda di minipony ha squarciato le nubi, mi ha finalmente staccato dal pc e condotto in estasi all’ingresso del locale. Dove quindi sono entrato.
Prima di loro solita band romana con probabile amicizia nel locale, suonano tipo mezz’ora, cioè.. un tempo allucinante, non finivano mai e sembrava la stessa canzone suonata in 6 salse diverse. Il cantante poi è un giovane piero pelù che però si eccita toccando i cd dei led zeppelin.. io sto in prima fila, e passo tutto il tempo con lo sguardo a terra distratto, pensando ad altre cose, e ogni tanto cerco di capire se hanno cambiato brano. Ecco, se ne vanno.

Applausi dei loro amici sparsi tra il pubblico, smontìo di strumento vari, synthpop in sottofondo tra i due show, mentre i primi vendono i cd (un euro, la riproduzione di una tasca di jeans con dentro il disco).


All’improvviso, ma neanche tanto, entra nick talbot e fa prove con la chitarra, sistema cose, tipo mette fogli con la scaletta ai piedi di ogni postazione (e questo è molto carino da parte sua), partono le prime grida tra il pubblico. Dopo qualche minuto si rifanno avanti tutti e quattro, e devo dire che talbot ha un aspetto veramente curioso, vestito con pantalone di cotone e camicia marrone leggera, occhiali dalla montatura snella, fa molto contrasto coi “fanatici” di prima e questo è bello. Essendo quest’uomo un fenomeno infatti è gradevole che si veda anche da queste cose la differenza.

L’apertura è con “western lands”, title-track dell’ultimo disco, e la portano un attimo per le lunghe giusto per far entrare il pubblico nell’atmosfera. Non ci si allontana molto dalle sonorità in studio, ma spesso la chitarra di nick (la prima) è più alta e aggressiva della seconda. Questa impostazione si rivela tutta in “the hollow man”. uno dei pezzi che adoro dell’ultimo disco, ma che sul palco mi dà una cocente delusione.. la seconda chitarra, quella che fa quell’arpeggio così carino, non si sente per nulla, e quindi metà del fascino del brano si perde del tutto.

A margine, questa cosa mi ha rotto il cazzo.. ma possibile che certi gruppi non si rendano conto di quanto conti un determinato passaggio nell’economia di un brano? Altri somari furono gli arcade fire ad hasselt, di cui ho già parlato.. Sarò limitato io, ma questa cosa è tremenda, perchè anche se il live viene bene, tu avrai sempre la sensazione che sia monco.

Vabbè, tutta la prima parte comunque è caratterizzata da un ritmo molto sostenuto,si va avanti con “she dances”, resa ancora molto più ipnotica dai giri marcati e solitari di talbot, e che esplode però anche molto di più rispetto alla versione su disco. Insomma, questra fase suona un pò come il video che vedete qui sotto (hollow man, appunto).

La seconda metà si placa un pò, suonano qualche pezzo vecchio, come “nicole” (da fires in distant buildings), e la bellissima “tunnels” (opening di flashlight seasons). Dopo questa fase vanno su qualcosa che è metà e metà, tipo “trust” (dall’ultimo), e verso la conclusione si torna indietro a “velvet cell” (se non sbaglio.. nel caso, da fires in distant buildings), con coda strumentale interminabile, violenta, noise, quasi post-rock. Alla fine ci sono due bis che non riconosco, e loro che se ne vanno definitivamente con un pò di gente che mugugna rumorosamente.. concerto bellissimo, fantastico, ma.. SONG AMONG THE PINE? Ma come puoi dimenticarti uno dei momenti più belli ed intensi dell’ultimo disco? Io quasi non ci credo, del tipo che ora tornano e la suonano in conclusione di tutto, e invece no, queste merde davvero non l’hanno messa in scaletta. BAH – eccovi il video come consolazione (non ufficiale).


Sto uscendo e mi dirigo verso il banchetto dei cd, penso che sono dei cazzoni e che allora me la ascolto io a casa dall’originale.. che però costa 15 euro. E sti gran cazzi, io già protestavo a 12, ma così veramente facciamo la concorrenza ai grandi negozi. Niente, prendo una birretta, assisto al proliferare di ragazze agghindate che si accingono a ballare (dopo infatti c’è il magico sabato sera del circolo), ne punto qualcuna, poi esco mesto fuori in giardino, fumo una sigaretta e torno a casa. Ho le orecchie tutte ovattate, compro un cornetto, giunto in camera mia lo mangio sulle note di “regeneration” dei divine comedy…

monday, restate my assumption, heaven and hell, do not exist…

8 Marzo ,2008

Nostalgia al presente

Archiviato in: Musica, Video — murcof @ 12:28 am
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Gli Architecture in Helsinki sono un gruppo pop australiano, in giro dal 2000 e con tre dischi all’ attivo. Diciamo che non hanno fatto nulla di memorabile, ma hanno sfornato qualche interessante gemma pop e ogni tanto degli ottimi video.

 

 

Questo per me è uno dei migliori. Il brano è “Do the whirlwind”, se vi piace vi consiglio anche il resto del disco, “In case we die” (2005).

 

 

 

 

 

 

6 Marzo ,2008

Nuovi cluster crescono (Skins again)

Archiviato in: Link, Musica, Video — murcof @ 1:34 pm
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Chi ha dimestichezza con le attuali dinamiche del mercato, sa quanto è difficile ritrovare quella segmentazione dei pubblici che ha dominato il marketing fino a qualche anno fa. Certo, ci sono le mappe Eurisko, ma credo neanche queste siano davvero sufficienti a rincorrere nicchie (neanche tanto piccole) dalle caratteristiche totalmente nuove.

 

Su Kalporz ci divertiamo da tempo a canzonare i cosiddetti indie-kid. A parte qualche definizione che potete trovare, in sostanza si caratterizzano dal punto di vista musicale come downloader massivi, focalizzati soprattutto sulle uscite recenti.
Di queste ultime possono conoscerne in numero impressionante, mentre peccano spesso sui dischi più datati: i grandi artisti vengono ascoltati, ma solo i lavori considerati più importanti. Lo stesso approccio veloce viene dedicato agli album recenti, ascolti rapidi che tendono a rimanere piuttosto in superficie.

 

Parlo di questo perchè ieri mi sono reso conto che Skins (di cui ho già parlato in un paio di occasioni) è la prima serie tagliata precisamente sugli indie-kid. Non solo parla di loro come adolescenti – cosa che cinema e tv fanno da almeno trent’anni – ma ne parla il linguaggio musicale, di hits per lo più sconosciute al mercato mainstream, ma famosissime per chiunque bazzichi i principali portali di divulgazione musicale e non.

 

Nell’ episodio di lunedì per esempio (2×04 – Michelle) si potevano ascoltare, tra gli altri, Arcade Fire (“Keep the car running”) e Gravenhurst (“The hollow man”). Due tra i gruppi più votati nelle classifiche di fine 2007, i secondi autori di uno dei migliori dischi indie dell’anno. Uno sguardo alla colonna sonora della prima serie rivela nomi della medesima provenienza (Dj Shadow, Bloc Party, Broadcast, Yeah Yeah Yeahs, The Fall).

 

Il punto non è più andare su un genere preciso, o su un periodo particolare. Il succo del discorso è piuttosto rincorrere tutto un universo di riferimento, che fa del suo differenziarsi dalla musica mainstream una delle proprie caratteristiche peculiari. Dieci anni fa una serie tv non avrebbe potuto fare a meno del filone brit-pop (Pulp, Suede, Blur), pubblico e broadcaster coincidevano con una certa precisione nelle rispettive domande ed offerte.

 

Il successo di Skins non è casuale, perchè oltre ad essere scritta e recitata divinamente, sa anche con certezza a chi vuole parlare. Il calo di ascolti di realtà come Mtv non fa che confermare il dileguarsi di questa strana platea indie, che però torna alla tv quando si recupera un linguaggio più consono al suo. E buona notte alla morte della televisione.

 

Qui sotto c’è un estratto dell’ultimo episodio.. scena che può sembrare già vista, ma in ogni caso metteteci sotto i Sigur Ros, ed ecco accalappiato il tuo pubblico (voglio essere chiaro, non c’è polemica: funziona anche con me!)

 

5 Marzo ,2008

Arte e tecnologia: final cut

Archiviato in: Link, Musica, Video — murcof @ 11:17 am
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Ho finalmente concluso questo lavoro di ricerca che mi accompagnava da fine Gennaio. Mi sono imbattuto davvero in numerose ideee interessanti, e confesso che se lavorassi nel marketing tirerei fuori una campagna con ognuna delle venti opere che ho analizzato.

 

Per darvi un’idea, ho deciso di postare di tanto in tanto qualche lavoro che mi ha particolarmente convinto. Sono tutti affascinanti per diversi motivi, ma vi invito soprattutto a notare come spesso da tecnologie già esistenti possano nascere modalità di interazione del tutto nuove.

 

Oggi vi presento questa “interfaccia” musicale di David Rokeby. In realtà il termine è arduo, perchè l’installazione è pensata proprio per generare musica semplicemente monitorando i nostri movimenti. Eh già, basta dimenarsi ed il feedback sarà immediato.

 

David Rokeby – Very nervous system (Canada, 1986)


Tecnologia: videocamera, processore di immagini, sintetizzatore, sistema di altoparlanti.
Interazione: il computer osserva i gesti fisici attraverso la videocamera, e li trasforma in improvvisazioni musicali, correlate al tipo di movimenti catturati. Tutta l’interazione avviene in tempo reale, con feedback continui.

 

rokeby

 

 

 

Sviluppata a partire dal 1982, ossia quattro anni prima del suo completamento, questa installazione di Rokeby si focalizza sul ruolo fondamentale delle interfacce nei nuovi modelli di interazione uomo-macchina. Se infatti come sostiene l’autore, il linguaggio dei personal computer è puramente logico, l’approccio a questo codice deve essere più intuitivo possibile, magari arricchito da feedback sempre chiaramente percepibili.

 

L’ artista ha quindi realizzato un ambiente che risponde ai movimenti del corpo con improvvisazioni sonore, prodotte tramite i sintetizzatori e diffuse dagli altoparlanti nella stessa stanza in cui ci si muove. In questo modo l’utente è al centro di un loop di feedback, una interazione che prende spunto dai suoi movimenti, produce un suono che tornando allo stesso utente influisce di nuovo sui gesti successivi.

 

Il focus non è tanto il controllo sui suoni, componente per cui si potrebbe paragonare il tutto ad un complesso strumento musicale, a cui però l’artista non è interessato. Al centro c’è infatti una relazione di risonanza complessa e stratificata tra il soggetto e la macchina. Qualcosa che vada oltre alcuni meccanismi tipici dei primi computer utilizzati dagli artisi.

 

“Early computer art used random number generators to provide variety and complexity. I replaced the random number generator with the complexity of sentient human response.”

 

L’opera si è poi evoluta per oltre un decennio, arrivando addirittura a sezionare i movimenti di parti singole del corpo, per associarle a determinati strumenti. La mano destra guiderà ad esempio il basso, quella sinistra uno strumento a fiato. Il tutto sempre evolvendo la strumentazione iniziale, con un concept e un insieme di tecnologie pressocchè immutate negli anni.

 

 

Un pò di link utili:

 

http://homepage.mac.com/davidrokeby/vns.html

http://www.medienkunstnetz.de/works/very-nervous-system/

http://www.wired.com/wired/archive/3.03/rokeby.html

http://www.iamas.ac.jp/interaction/i95/rokeby_e.html

 

 

 

 

Un video dell’installazione:
http://youtube.com/watch?v=GALMmVZ49Pc

27 Febbraio ,2008

Pausa studio – Human League

Archiviato in: Musica, Video — murcof @ 5:39 pm
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Continua la febbre synth-pop, continua la riscoperta di quella frotta di capolavori dimenticati. La cosa strana è che alcuni dei “derivati del genere” sono ancora in circolazione, raccogliendo tributi senza sosta. Penso ai Depeche Mode, che non so quanto sarebbero andati lontano senza le profezie sonore degli Human League.

 

La band nasce a Sheffield nel 1977, dall’unione di Martyn Ware e Ian Craig Marsh, due programmatori appassionati di musica elettronica d’avanguardia. Solo in seguito si aggiungerà la voce di Phil Oakey e le scenografie di Philip Adrian Wright.

 

 

Dei dischi registrati in studio, andrebbero assolutamente ascoltati “Reproduction” (1978), “Travelogue” (1980) e “Dare” (1981). Il primo è quello decisamente più sperimentale, caratterizzato da un beat marcato e da melodie poco in evidenza (Almost Medieval, Empire State Human); spirali di sintetizzatori che sembrano aggrapparsi quasi ai Tangerine Dream (The Word Before Last); marce apocalittiche che non lasciano presagire nulla di buono sul rapporto uomo-tecnologia (Circus of Death).

 

Mentre i Kraftwerk l’anno precedente (1977) sembravano ancora ottimisti, mettendo in scena la danza cibernetica e liberatoria di nuove forme ibride ( “we go into a club, and there we start to dance / we are the showroom dummies…”), gli Human League sembrano alimentare quella corrente fortemente cinica nella quale confluiranno anche le liriche dei Buggles.

 

A parte questioni di sensibilità artistica, a volte penso che l’esordio dei Suicide (ancora 1977) abbia aperto come una sorta di vaso di Pandora, liberando quei malumori e quelle frustrazioni tipiche delle civiltà post-industriali, riversatesi poi nei rivoli delle correnti successive.

 

 

 

Circus of Death

 

 

Empire State Human (non sono sicuro sia ufficiale)

 

 

Ps: spero il nuovo template non vi renda ancora meno vispi del solito!! Per qualche giorno i vecchi post potrebbero risentire della nuova formattazione.. appena ho tempo mi ci metto e li sistemo.

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